La superstizione fa parte dell’immaginario di molte persone: si tratta di un fenomeno irrazionale, secondo il quale, alcuni oggetti o comportamenti possono influenzare eventi futuri o situazioni presenti. Ad esempio, non poggiare un cappello sul letto, non aprire l’ombrello in casa, non passare sotto una scala, non proseguire la strada che un gatto nero ha appena attraversato e tanti altri ancora.
La posizione della Chiesa su questo tema è sempre stata assolutamente negativa, e per gli scienziati è pura fantasia, senza fondamento reale. Per molti popoli, e soprattutto per i napoletani, tutto ciò rappresenta al contrario un tratto distintivo, un modo di essere, una qualità più che un difetto. Essere superstiziosi, per molti, è parte integrante della loro identità – al punto che, sulla loro carta d’identità, alla voce “segni particolari”, dovrebbe esserci scritto: superstizioso.
Spesso le superstizioni erano viste come antidoti contro la sfortuna, l’invidia o i cattivi presagi lanciati da alcune persone chiamate Iettatori. Il più famoso di questi mali è il famoso “malocchio”.
Il malocchio è la capacità - o il potere - dello sguardo umano di provocare intenzionalmente danni alla persona bersaglio. Dal punto di vista fisico, i problemi causati dal malocchio possono essere: forti mal di testa, vomito, nausea, depressione o un umore cupo.
Per scacciare questa sorte, ci si reca da anziane che sostengono di possedere il potere di scoprire se una persona è vittima del malocchio e di eliminarlo grazie al rituale dell'olio, recitando al contempo la seguente formula:
« Aglie, fravaglie e fattura ca nun quaglie, ‘uocchie, maluocchie e frutticiell rind’ all’uocchie, corna, bicorna e la sfortuna nun ritorna, sciò sciò, ciucciuè ».
Questo rito, tramandato di generazione in generazione, è ancora oggi praticato. Si dice ancora spesso: « L’uocchie sicc so’ peggio d’ ’e re scupettate » — «Gli occhi secchi sono peggio dei colpi di fucile». Insomma, è una vera sfortuna essere vittime del malocchio!
Una delle più temute superstizioni è quella de “l’uoglio ca s’abbocca” (l’olio che si rovescia). L’angoscia di trasportare l’olio dalla credenza al tavolo, quel viaggio interminabile che ti fa sudare anche durante l’inverno più freddo, a -5 °C. Chi non ha mai sentito la frase «statt accort all’uoglio» (fai attenzione all’olio)? Fin dall’antichità, l’olio è considerato un alimento prezioso, ma anche “laborioso”, frutto di un duro lavoro — quindi non va sprecato. Rovesciarne, anche una sola goccia, è una maledizione per tutta la famiglia.
Il rimedio consiste nel gettare del sale dietro la spalla, o nel disegnare una croce sull’olio rovesciato con lo stesso sale.
I primi amuleti apparvero nella Napoli del XVIII secolo: il ferro di cavallo, il gobbo, la corona d’aglio e, soprattutto, il corno (cornicello).
Quest’ultimo è l’amuleto più iconico della città. Non esiste un piccolo quartiere, una casa o una pizzeria che non esponga un curniciello su una qualsiasi superficie. Laccato di rosso, esposto come un trofeo, ma anche conservato come il più prezioso dei gioielli.
Secondo l’antica tradizione, per essere efficace, deve avere alcune caratteristiche: essere artigianale, duro, cavo, ricurvo e appuntito.
La sua magia agisce solo se viene regalato e “attivato” chiedendo alla persona che lo riceve di aprire la mano sinistra, e poi pungendole leggermente il palmo. A quel punto, l’oggetto è pronto a portare fortuna!
La superstizione affonda le sue radici anche nella “smorfia”, cioè il libro dei sogni legato al gioco del lotto. Secondo la tradizione, le sue origini risalgono a circa il 1734, a seguito di una celebre disputa tra il Re di Napoli, Carlo III di Borbone, e il monaco domenicano Gregorio Maria Rocco.
All’epoca, nel Regno delle Due Sicilie – e in particolare a Napoli – il gioco del lotto era molto popolare. Il Re insisteva per legalizzarlo, al fine di recuperare il denaro speso dal popolo nelle scommesse. Il monaco, invece, si opponeva fermamente, affermando che la legalizzazione del gioco avrebbe allontanato ancora di più i fedeli dalla preghiera e dalla fede.
Alla fine, il Re ebbe la meglio, raggiungendo un accordo con il monaco: il gioco sarebbe stato sospeso durante le festività natalizie.
I 90 numeri del lotto furono così collocati nei panarielli (piccoli cesti di vimini), diventando, insieme alle cartelle di estrazione, elementi essenziali del gioco della tombola napoletana.
Infine, c’è il ferro di cavallo, “’a ciampa ’e cavallo”.
Nelle case napoletane, lo si appende dietro la porta, con le punte rivolte verso l’alto, altrimenti il suo effetto protettivo è nullo.
L’idea che questo oggetto porti fortuna deriverebbe probabilmente dal fatto che, negli eserciti romani, solo gli ufficiali viaggiavano a cavallo. Quando un cavallo perdeva un ferro, bisognava fermarsi — una sosta percepita come una chance insperata di riposo dopo una lunga marcia.
Così, perdere un ferro di cavallo divenne sinonimo di buona fortuna!
Molto spesso, tutto ciò non è visto di buon occhio: alcuni lo considerano ignoranza, altri antiche tradizioni da rispettare a ogni costo. Resta impressa la frase del grande Eduardo De Filippo su questa complessa teoria: «in medio stat virtus» — la virtù si trova sempre nel mezzo.